Fumo
Smoke

 

Scritto da Author-chan

Tradotto da Lener

lener_jx@hotmail.com




Aku Soku Zan (Uccidi il male istantaneamente).
Tre semplici parole che riassumono un ideale.
Era il credo per cui uomini combattevano, una verità per cui uomini vivevano.

Un principio per cui uomini morivano.

Nel caso della Rivoluzione era un codice che scandiva l'esistenza. Rendeva uniti uomini che, sotto altri aspetti, erano molto diversi con visioni contrastanti del mondo, e faceva loro compagni d'arme.

Noi eravamo gli Shinsegumi.

Noi eravamo la forza di polizia cui era dato il dovere di pattugliare le strade di Kyoto durante i tempi turbolenti della Rivoluzione. Noi eravamo coloro i quali proteggevano la città dal male.

Noi.

Gli Shinsegumi.

I Lupi di Mibu.

Gli Shinsegumi avevano dieci squadroni che erano guidati da dieci capitani. A turno, tutto il corpo degli Shinsegumi era guidato dal nostro comandante e vice-comandanti. Al vertice del nostro potere erano posti trecento membri. Questi trecento membri seguivano il codice di 'Uccidi il male istantaneamente'. E seguivamo il codice alla lettera.

Anche se ciò implicava uccidere noi stessi.

Alcuni dicevano il nostro codice fosse crudele. Altri dicevano fosse frainteso.

Noi dicevamo fosse giustizia. La sola giustizia che conoscevamo.

La Rivoluzione, se si fosse dovuta riassumere in una parola... quella parola sarebbe stata 'il caos'. O follia. Sì, sì... definitela come preferite. Per sopravvivere la gente doveva cambiare, indossare maschere e mai più togliersele. Gli uomini diventavano la loro maschera ed obliavano il loro antico io. E poi il passato per loro moriva.

Sì. La gente dell'era Meiji parla dei 'Fantasmi della Rivoluzione'. Il termine più corretto sarebbe 'Fantasmi da prima della Rivoluzione'.

Nella Rivoluzione, nelle strade zuppe di sangue, nei vicoli ombrosi dove nessun uomo sapeva chi fosse amico e chi nemico, il credo degli Shinsegumi teneva unite le nostre menti, i nostri spiriti ed il nostro onore.

Aku Soku Zan.

Gli Shinsegumi combattevano contro i soldati dei Samurai Ambiziosi. Noi tenevamo alto non solo il nostro stesso onore, ma anche l'onore del nostro Paese e l'onore del nostro shogun. Abbattevamo facilmente quell'immondizia dei Samurai Ambiziosi. Uccidere era divenuta un'abitudine... era divenuta un'abitudine da molto tempo. Colpisci i soldati ribelli, affonda tra le guardie imperialiste, tortura i prigionieri; tutto era divenuto un'abitudine per me, com'era divenuta un'abitudine per gli altri Shinsegumi. Comunque, era un'abitudine che portava avanti il nostro scopo, la nostra giustizia.

Aku Soku Zan.

Perfino i migliori guerrieri dei Samurai Ambiziosi non potevano resistere alla giustizia condotta dalle lame. Finché non venne lui.

L'assassino Battosai.

Noi degli Shinsegumi sentimmo parlare di lui per la prima volta in pettegolezzi per le strade di Kyoto. Non ci demmo alcuna importanza. C'erano troppe voci contraddittorie, voci nate da semplici superstioni. Alcuni dicevano che l'assassino era un demone. Altri dicevano che era pazzo. Altri ancora sussurravano che Battosai era un fantasma assetato di vendetta. E si favoleggiava sulle sue abilità: una velocità che eguagliava quella degli Dei, una spada che non falliva mai, la capacità di apparire all'improvviso e scomparire in un soffio d'aria. Molto probabilmente questo 'Assassino Battosai' non era altro che una storia diffusa dai Samurai Ambiziosi per spaventare la gente. Così non demmo alcuna importanza né pensiero a quelle voci.

Questo finché quei pettegolezzi non colpirono da vicino la nostra casa.

Una delle nostre spie ci disse che c'era un Samurai Ambizioso, membro molto influente del clan di Choshu, a Kyoto. Questo Samurai Ambizioso era, secondo la nostra spia, importante come Katsura Kogoro. Quest'uomo, il cui nome non ci era stato rivelato, era la carta vincente dei Samurai Ambiziosi, il loro nuovo assassino. Dunque ci preparammo. Alcuni uomini della mia squadra, uomini che avevo tutti personalmente addestrato e che meritavano il mio rispetto come guerrieri, furono mandati per fare un'imboscata a questa 'carta vincente'. Tutti noi, da Hijikata a Harada, io stesso compreso, eravamo convinti che i nostri uomini potessero portare a termine l'incarico senza problemi. Dopotutto si trattava di un solo uomo.

Nessuno di loro tornò.

"Forse questo tipo è davvero in gamba" cominciarono a sussurrare gli uomini.

Idioti. Nessun uomo può fronteggiare una squadra da me scelta.

Tuttavia Okita mi persuase ad andare con lui e la sua unità per cercare gli uomini scomparsi. Non ci volle molto per trovare i membri della nostra squadra scomparsa.

O almeno i loro cadaveri immobili.

Erano tutti morti. Ognuno era stato ucciso da un solo colpo di spada. Ogni affondo di lama sui loro corpi era preciso e pulito. L'assassino aveva perfino tagliato le spade e le ossa con i suoi affondi potenti. Ed a giudicare da come ancora i cadaveri fossero tiepidi, non dovevano essere morti da molto. Ci eravamo lasciati sfuggire il loro assassino.

Sembrava che questo 'Assassino Battosai' potesse davvero sparire come fumo nel vento.

Non fu quella l'ultima volta che sentimmo parlare di Battosai. Ci fu riportato di vari omicidi, tutti eseguiti con la stessa rapida ed efficiente tecnica che aveva massacrato i miei uomini. Quasi tutte le vittime di questo assassino morivano per un singolo affondo, una morte rapida. Non c'erano mai testimoni. Battosai faceva tutti a pezzi con il suo rapido stile. Gli Shinsegumi cercavano sempre di anticipare dove il misterioso assassino avrebbe colpito la volta successiva, ma giungevamo sempre un momento troppo tardi.

Battosai non era solo un demone; era un'arma inarrestabile.

Una notte la quinta, la sesta e la settima unità erano fuori a pattugliare. Il resto di noi era al quartier generale ad attendere il cambio. Harada, Nagakura, Okita ed io, i tre migliori spadaccini degli Shinsegumi ed il migliore maneggiatore di lancia, insieme riuniti a bere sakè per passare il tempo. Harada ed Hokita avevano una scacchiera tra loro e di tanto in tanto muovevano un pezzo.

"Senza dubbio è compassionevole, ci giurerei" commentò Harada casualmente nel cuore della notte.

"Chi?" chiese Okita, muovendo un pedone sulla scacchiera e prendendo un sorso di liquore dalla sua coppa.

"Battosai" rispose Harada "Ci ho riflettuto. Uccide tutte le sue vittime rapidamente. E' quasi come se non volesse far provare loro alcun dolore. Non li tortura, diversamente da certa gente che potrei menzionare..."

"A meno che tu non voglia saggiare il taglio della mia katana, ti suggerisco di chiudere il becco, Harada. Mi stai facendo venire il mal di testa" ringhiai, bevendo il sakè.

"Merda, Saito!" imprecò Nagakura "Sei sempre intrattabile quando bevi!"

"Su, su" rise Okita, muovendo una mano in segno di quiete "Fate i bravi! Stanotte è un raro momento di pace!" Okita ci rivolse un sorriso aperto e felice, perfino più aperto e felice dei suoi soliti.

Ad Okita una sbronza metteva sempre allegria.

"Pensi che incontreremo mai questo signor Battosai?" chiese Okita, muovendo un altro pedone. Era così ubriaco da non realizzare nemmeno fosse il turno di Harada.

"Io lo spero proprio" brontolò Harada, il suo infame ramoscello di bambù tra le labbra mentre parlava "Vorrei proprio essere io a farlo a pezzi"

"Non se sarò io il primo a mettergli le mani addosso" sogghignai.

"Penso che sarebbe molto divertente incontrare Battosai" sorrise Okita, muovendo l'ennesimo pedone senza attendere la mossa di Harada "Sono sempre stato impaziente di incontrare in battaglia uno spadaccino così talentoso"

"Che ne dite di una scommessa?" suggerì Nakagura "Il primo di noi che riuscirà ad uccidere Battosai"

"Buona idea" assentì Okita, prendendo un altro sorso di sakè.

"Idioti" sbuffai. Erano tutti sbronzi. Ma comunque annuii d'accordo e presi un altro po' di sakè. Battosai sarebbe morto sotto la mia lama e la mia soltanto. Non tolleravo demoni che terrorizzavano Kyoto o che uccidevano membri degli Shinsegumi.

Trascorsero mesi. L'evento che avrebbe cambiato le vite di tutti gli Shinsegumi non si fece attendere. L'incubo che prese vita per superare qualsiasi altro orrore. Era un evento che sarebbe stato ricordato di generazione in generazione.

L'incidente Ikedaya.

Fummo sorpresi che i Samurai Ambiziosi si fossero riuniti là. Non ci volle molto per noi per organizzarci contro i cani anti-shogunato. Sbuffai guardando i corpi coperti di sangue che una volta erano stati Samurai Ambiziosi. E pensare che quei folli avevano progettato di incendiare Kyoto... che azione imperdonabile. Erano il male e come tale dovevano morire.

Di tutti i Samurai Ambiziosi raccoltisi a Ikedaya brillava un'assenza importante trai morti.

Katsura Kogoro, leader dei Samurai Ambiziosi di Choshu.

Dopo Ikedaya, Katsura sembrò semplicemente scomparso. Così come Battosai. Tutti noi avevamo le nostre teorie su quel che poteva essere loro accaduto. Alcuni dicevano che Katsura era davvero ad Ikedaya e che fosse stato ucciso. Non ci credevamo: conoscevamo il volto di Katsura piuttosto bene. Battosai era una questione diversa per tutti noi. Non avevamo idea del suo aspetto, così era possibile che l'assassino fosse stato ucciso a Ikedaya. Sapevamo che Battosai era in zona a quel tempo; avevamo trovato diversi cadaveri con i distintivi affondi di Battosai. C'erano perfino delle voci che sostenevano Katsura e Battosai fossero lo stesso uomo!

Assurdità.

Ma c'era un pensiero che mi disturbava, e se Battosai fosse davvero morto a Ikedaya? Allora non ci sarebbe stata alcuna possibilità per noi di affrontarlo. Qual era l'aspetto di Battosai? Le voci raccontavano che Battosai fosse un demonio di oltre due metri dall'alito infuocato.

Era la cosa più stupida avessi mai sentito.

Trascorsero sei mesi. I Samurai Ambiziosi causarono qualche altro problema. Ce ne occupammo con facilità. I Samurai avevano trovato un nuovo assassino, che usava uno stile differente da quello di Battosai. Questo nuovo sicario non uccideva in modo... pulito... come faceva Battosai. Ma questo non lo rendeva meno potente di Battosai. Comunque il mistero di ciò che era accaduto a Battosai continuava ad aleggiare trai pensieri degli Shinsegumi. Harada mormorò come ormai noi quattro, lui, Okita, Nakagura ed io, non avremmo mai potuto risolvere la nostra scommessa su chi avrebbe ucciso Battosai. In fondo pensavamo tutti fosse morto.

Ma qualcosa mi diceva che Battosai era ancora vivo, che era sopravvissuto all'esecuzione di Ikedaya. Non saprei dire cosa mi avesse ispirato quella convinzione. Aveva a che fare con il mio istinto guerriero? O era quella breve ombra che avevo colto a Ikedaya, di una donna biancovestita condotta/trascinata via da un lampo rosso?

Quell'immagine era come fuoco e fumo per me. Il rapido scintillio di una fiamma rossa seguita dal candore etereo del fumo.

Un fuoco improvviso e fumo. Quel concetto sembrava simbolizzare bene i Samurai Ambiziosi. Gli uomini riunitisi ad Ikedaya per mettere in fiamme Kyoto, ma i loro piani si erano dissolti in fumo quando noi sopraggiungemmo.

E presto, la fiamma brillante della loro resistenza contro la giustizia sarebbe morta e divenuta fumo, mentre noi, gli Shinsegumi, la estinguevamo, portando innanzi la giustizia come doveva essere.

Se i Samurai Ambiziosi erano fuoco e fumo, allora noi degli Shinsegumi avremmo giocato i ruoli opposti di acqua e pioggia.

Sei mesi trascorsero da Ikedaya ed ancora neanche una parola di Katsura... o di Battosai per quel che importava.

Poi accadde. Pettegolezzi che Katsura era tornato a Kyoto presero a circolare. Il lavoro di noi Shinsegumi divenne più duro che mai.

Katsura era scivolato via dalle nostre mani una volta. Non avremmo permesso che capitasse ancora.

Preparammo i nostri piani. Ci vollero settimane, ma tutto doveva essere pronto. Ogni dettaglio, ogni possibile contromossa nemica, tutto fu studiato attentamente per assicurare che la nostra trappola sarebbe scattata alla perfezione. La cattura di Katsura (o la sua morte) era certa.

Il giorno prima che andassimo a catturare Katsura, Okita ed io eravamo fuori per le strade di Kyoto. Per una volta, non stavamo indossano l'uniforme, ma abiti tradizionali. Era un'idea di Okita. Fece cenno a non voler attirare l'attanzione o qualcosa del genere.

Contrariamente al credo popolare, Okita era superstizioso. Non tanto com'era Harada, ma abbastanza. Prima di una missione importante, Okita comprava i fiori per gli Shinsegumi che erano caduti nelle missioni precedenti. Borbottava qualcosa riguardo pregare per le loro anime così che ci vegliassero nel corso della missione.

Oh bé, non erano affari miei il perché lui facesse qualcosa di simile.

Così eccoci là. Due capitani degli Shinsegumi vestiti come civili a comprare fiori. Non ricordo come Okita fosse riuscito a convincermi ad andare con lui. Qualcosa riguardo un favore, penso. Okita si era intestardito all'acquisto di iris. Insteva che poiché io pensavo che i Samurai Ambiziosi fossero come fuoco e fumo, avremmo dovuto comprare fiori che erano azzurri come l'acqua e che amavano la pioggia.

Non avrei mai dovuto parlargli della mia metafora riguardo i Samurai Ambiziosi.

Vagammo per Kyoto finché non trovammo una donna che vendeva i fiori. Trovammo subito un solitario mazzo di iris tra la sua merce e l'acquistammo velocemente. Un giovane uomo che portava un largo cappello di paglia ci vide con i mano i fiori ed un lampo di disappunto attraversò i suoi occhi chiari.

"C'è qualche problema, signore?" chiese Okita, notando l'espressione del giovane. Il ragazzo sbatté le palpebre, quei suoi occhi dalla tinta così insolita, nel vedersi rivolta la parola, sembrando sorpreso. Poi un triste sorriso graziò i suoi lineamenti.

"La mia defunta moglie amava gli iris" mormorò quest'uomo sconosciuto (no, non era altro che un ragazzo con quel volto adolescenziale).

"Moglie?" inarcai un sopracciglio. Sembrava troppo giovane per avere una moglie, men che mai per essere vedovo. Nonostante la cicatrice a forma di croce che gli sfregiava una guancia aggiungesse un'illusione di maturità al suo volto, questo 'vedovo' era solo un ragazzo, un bambino.

"Sì" mormorò il ragazzo, i suoi occhi si rannuvolarono leggermente. La visione lo rendeva così patetico, come un gattino bagnato ed abbandonato, gettato fuori dal mondo. Una ciocca scarlatta dei suoi capelli spuntava da sotto il suo cappello, enfatizzando quell'immagine.

"Allora forse questi servono più a te che a noi" disse Okita, mettendo tra le braccia del giovane il mazzo di fiori.

"Oh no!" protesto il ragazzo, cercando di restituire i fiori.

"Insisto!" disse Okita con un sorriso abbagliante. Nonostante la gentilezza della sua espressione, il mio compagno aveva un tocco di ironia nelle sue parole. Il ragazzo di fronte a noi ci guardò con i suoi grandi occhi sembrando confuso.

"Vi ringrazio" mormorò lo straniero, sfiorando gentilmente i fiori con una mano bianchissima.

La sua pelle era pallida come fumo.

Ed i suoi capelli, che si intravedevano da sotto il capello, erano rossi come il fuoco.

Fuoco e fumo reggevano fragili fiori che amavano l'acqua.

Che ironia!

"Forse, se ci incontriamo un'altra volta, potremmo farci una bevuta insieme, no?" suggerì Okita con un sorriso amichevole.

"Perché non ora?" domandai, tenendo d'occhio questo calmo straniero, cercando di giudicarlo come spadaccino. La sua aura era sfuggente... debole. Non era uno spadaccino... a meno che stesse mascherandolo abilmente. Intanto Okita rise della mia proposta.

"A te bere piace troppo, Saito" rise Okita "Si potrebbe pensare che morirai con una fiaschetta di sakè in una mano e la spada nell'altra!"

"I-io non posso" mormorò il giovane, facendo per allontanarsi "Devo andare..."

"Almeno presentanti!" protestò Okita "Io sono Okita Souji e questo è Saito Hajime"

"Shinsegumi" sussurrò il ragazzo, i suoi occhi si adombrarono stranamente.

Così... anche questo moccioso ha del fuoco nei suoi occhi...

"Sì!" cinguettò Okita, sembrando più allegro che mai "Ma siamo fuori servizio al momento"
Il giovane ci studiava attentamente, giudicandoci. Era strano.

I suoi occhi non erano di un colore diverso prima?

"Himura" disse il ragazzo, dandoci il suo nome "E grazie per i fiori"

Ci separammo ed io ero certo che non avremmo mai più visto quel ragazzino, Himura. Fu solo dopo che scomparve dalla nostra vista che realizzai di colpo una cosa riguardo il suo odore.

Sangue. Quel bambino puzzava di sangue.

Okita ed io tornammo al quartier generale e ci preparammo per la battaglia imminente. Dovevamo catturare il leader di Choshu. Nulla avrebbe potuto intralciare la nostra via, considerando come il compito fosse stato affidato alle due migliori unità (quella di Okita e la mia).

Comunque, se fossi stato un uomo superstizioso, avrei compreso che la nostra missione era maledetta prima ancora potesse iniziare.

Okita aveva dato i fiori che amavano l'acqua (i fiori per i nostri compagni caduti) ad un bambino di sangue, fumo e fiamme. Per un uomo superstizioso, Okita aveva simbolicamente dato via la nostra forza... la nostra acqua per combattere le fiamme di Choshu.

E non aveva comprato altri fiori per i nostri caduti.

Ma quella notte, durante l'agguato a Katsura, né Okita né io pensammo a simili quisquiglie superstiziose. Non ne avevamo tempo mentre guidavamo le nostre truppe ad irrompere all'incontro che Katsura stava presenziando.

Due unità erano eccessive. Una poteva bastare perfettamente. Sessanta soldati erano troppe per irrompere nel piccolo luogo di incontro. Trenta andarono con Okita ed il resto si fermò fuori con me. Ci aspettavamo con totale sicurezza che gli altri non avrebbero avuto bisogno del nostro aiuto e sarebbero usciti dall'edificio con Katsura in ceppi. Così quando sentì l'aura dei nostri uomini semplicemente sparire una dopo l'altra, compresi che qualcosa era andato storto.

Ci impegnammo subito, incuranti delle conseguenze. I cadaveri piastrellavano il nostro sentiero. Ognuno di quei corpo indossava l'uniforme degli Shinsegumi, azzurra e bianca adesso macchiata di scarlatto brillante.

Rosso, il colore del sangue.

Rosso, il colore delle fiamme.

Rosso, il contrasto con l'azzurro degli Shinsegumi.

Irruppi oltre una porta con la mia katana. Dietro ad essa, Okita stava combattendo con un giovane dai capelli rossi che indossava i colori di Choshu. E Okita stava... per la prima volta dacché lo conoscessi... perdendo.

Okita blocco il movimento del giovane così rapido da essere accecante, a mala pena. Tuttavia, neppure Okita avrebbe potuto fermare la guaina d'acciaio che seguì, non con tutta la sua forza usata per contrastare la lama letale ansiosa di bere dalla sua gola. Okita fu gettato attraverso la stanza cone un bambola di pezza.

Battosai... maestro dell'arte battoujutsu.

Dunque quel maledetto assassino non era morto.

"Il ragazzo del mercato" mormorai, prendendo vista della testa rossa che aveva appena messo al tappeto Okita. Sguainai la mia spada, preparandomi all'attacco. Tuttavia, fui costretto a fermarmi.

"Stanne fuori, Saito" sibilò Okita, mentre si rialzava in piedi, katana in pugno. Gli occhi di Okita erano stretti, duri come ghiaccio, ma tuttavia un leggero sorriso gli danzava sul volto.

Avevo quasi dimenticato come anche Okita fosse un demone lupo.

Non ero uno stupido. Se avessi cercato di intervenire, Okita mi avrebbe sbranato.

"Okita Souji, primo capitano degli Shinsegumi" mormorò la voce sommessa del ragazzo del mercato.

"Assassino Battosai" risposte Okita, sogghignando maniacalmente prima di lanciarsi all'attacco.

Un lampo d'argento. Il clangore delle lame. Poi rosso, poi blue. Sudore, sangue. Ma non morte.

Non quella notte.

Prima che il duello terminasse, un fischio dall'esterno interruppe i due combattenti. E prima che ce ne rendessimo conto, Battosai, il ragazzo vedovo del mercato che si era presentato come Himura, era scomparso.

Come fumo.

Non fu quella l'ultima volta che incontrammo Himura Battosai. Okita, Nakagura, perfino quel linguacciuto di Harada combatterono contro di lui.

Ma combatté soprattutto contro di me ed Okita.

Gli spadaccini più forti si attraggono sempre l'un l'altro sul campo di battaglia. E Okita ed io eravamo i più forti. Ma mentre il tempo passava, Okita si ammalò, i suoi polmoni collassavano dentro di lui, portandolo a tossire sangue sempre più rosso.

Io odio il rosso.

Notai la malattia di Okita, sebbene lui avesse cercato di nasconderla. Diavolo, anche Battosai la sentì. Smise di dirigere ma maggior parte dei suoi attacchi su Okita ed invece prese me come bersaglio. Questo era un bene. Questo implicava che io avevo più probabilità di ucciderlo e vincere la scommessa che noi capitani avevamo sancito tanto tempo prima.

Mentre la guerra proseguiva, cominciai a farmi domande. I Samurai Ambiziosi sembravano sempre più forti di giorno in giorno, e Battosai viveva. Noi Shinsegumi eravamo l'acqua che avrebbe spento le fiamme della rivoluzione, il fuoco dei Samurai Ambiziosi? O eravamo la pietra ed il bosco da ardere ed abbattare perché i ribelli pavimentassero una nuova era, lasciandosi alle spalle i relitti del passato?

Non aveva importanza la mia crescente incertezza riguardo il futuro degli Shinsegumi. Sapevo che la nostra giustizia, il nostro motto sarebbe sopravvissuto e prosperato, come un viticcio di edera che soffoca le erbacce.

Aku Soku Zan, la sola costante della mia vita.

Mi domandai quale scopo servisse Battosai con la sua lama maledetta. Nei suoi occhi d'ambra (eppure avrei giurato avessero un colore diverso quando l'avevo incontrato la prima volta dalla venditrice di fiori) c'era qualcosa di strano. Non vi era nessuna devozione fanatica che noi Shinsegumi a volte mostriamo. Uccidere era un'abitudine per lui com'era per noi Shinsegumi? In qualche modo ne dubitavo. Il bambino che avevo incontrato al mercato non era un sicario d'abitudine.

Poi, giunse la fine, sebbene nessuno di noi seppe riconoscerla. Toba Fushimi. L'ultima battaglia della Rivoluzione e la prima delle Guerre Boshin. Fu la battaglia che diede la vittoria ai Samurai Ambiziosi e sigillò il destino dello Shogunato e degli Shinsegumi. Sembrò durare un'eternità, eppure al contempo un solo istante. Sangue e morte danzarono insieme una melodia mentre combattevamo. La mia katana non risparmiò nessuno, ma non contai quanti uomini uccisi. Non aveva senso.

Mentre mi aprivo la via trai ranghi dei ribelli, mi trovani nel mezzo di un altro duello tra Okita e Battosai. Sembrava avessero appena cominciato. Prima che uno dei due potesse attaccare, ordinai a Okita di farsi da parte.

Sapevo che stavo oltrepassando la mia autorità. Sebbene Okita ed io fossimo entrambi capitani, lui mi era maggiore per anzianità, essendo stato tra gli Shinsegumi più a lungo di me. Ma Okita era malato. E andare contro Battosai in questo modo sarebbe stato un suicidio.

Se Okita voleva uccidersi, allora doveva eseguire il seppuku, non gettarsi contro un demone.

"Io, Saito Hajime, capitano della terza unità degli Shinsegumi, ucciderò l'Assassino Battosai!"

E con ciò, attaccai il demone dai capelli rossi, assassino/uomo/bambino, fissando lo sguardo nei suoi fiammeggianti occhi d'ambra.

Lo ricordavo. Mentre aveva accarezzato quei fiori parlando della moglie che aveva amato i suoi occhi erano diversi.

Chiome rosse come fiamme, pelle pallida come fumo... ma i suoi occhi... quel giorno erano indacati come gli iris, il fiore che amava l'acqua.

Ero uno sciocco. La distrazione dei miei pensieri costa cara. Battosai aveva bloccato il mio primo attacco e poi anche il secondo. Anche il mio terzo attacco fu parato. Comunque anch'io riuscii a deviare i suoi affondi.

Eravamo in una posizione di parità, finché...

"Non ho tempo per questo" mormorò Battosai mentre saltava indietro portando in basso la sua spada mentre toccava terra.

“Do Ryu Sen!”

Un'esplosione di polvere e rocce mi travolse. Fui gettato indietro e acciecato per un momento, le schegge dell'attacco di Battosai mi affondarono nelle braccia, ferendomi. Ma non morii. Non persi neppure i sensi.

Quando finalmente rialzai lo sguardo, Battosai era scomparso, recatosi a combattere sul un altro punto della battaglia.

Quel bastardo! Aveva lasciato incompiuto il nostro duello!

E cosa peggiore, fu il suo lato a vincere la battaglia e l'ultima guerra, quando il fumo della rivoluzione si fu diradato, non erano i Samurai Ambiziosi ad essere stati sconfitti.

Eravamo noi.

Lo Shogunato.

Gli Shinsengumi.

E dalle ceneri della Rivoluzione, il governo Meiji prese il volo come una fenice incoronata.

Uno dopo l'altro, gli Shinsegumi morirono. Ma io continuavo a vivere per vedere questa nuova 'Era Meiji'.

Divenni un uomo diverso in quest'Era Meiji, quest'era governata dai miei nemici. Un uomo non poteva cambiare i ritmi secondo i quali era destinato a morire. E io non potevo morire. Morire era permettere alla giustizia di morire, agli Shinsegumi di morire.

Divenni un poliziotto ed una spia per il governo. Una spia che poteva sparire come uno sbuffo di fumo. E, sostituendo il sakè che una volta avevo amato, le sigarette divennero mie costanti compagne, a ricordare che la pietra come la forza degli Shinsegumi cadeva al fuoco danzante ed al fumo dei Samurai Ambiziosi, di Battosai.

Nonostante la mia nuova occupazione, rimasi un lupo, uno di Mibu, un capitano degli Shinsegumi. Sarebbe un giorno giunto il momento di morire.

Ma una parte di me doveva ancora cambiare. Adesso sapevo che gli Shinsegumi non erano l'acqua che arginavano le fiamme dei Samurai Ambiziosi. Erano pietra, forti, potenti, irremovibili, ma alla fine sconfitti. Non potevo vivere nell'Era Meiji come pietra e legno, non completamente. Una parte di me dovette diventare fuoco e fumo, come i miei nemici che ora servivo.

Ero fuoco e pietra, fusi insieme, dovendo sopravvivere in questo nuovo mondo. Ero un uomo diverso da quel che ero stato.

Molte cose cambiarono. Divenni Fujita Goro e rigettai il nome di Saito Hajime.

In questa più quieta Era Meiji mi fu permesso di sposare una donna che divenne la mia forza segreta.

Tokio.

Lei mi ha dato un figlio e sta aspettandone un secondo.

Una parte di me è serena in questo mondo Meiji. C'è una parte di me che vorrebbe deporre la spada e far riposare i miei fantasmi. Quella parte di me potrebbe trascorrere l'eternità tra le braccia di Tokio, preoccupandosi di null'altro che non sia la mia famiglia.

Ma quando seppi che Battosai era ancora vivo, dimenticai la nuova epoca. Battosai, un fantasma della Rivoluzione. Un'anima vera di fiamme e fumo. Un assassino ed avrei fatto qualsiasi cosa per combatterlo ancora.

Diventai Saito Hajime, terzo capitano degli Shinsegumi, ancora una volta.

Totalmente. Completamente. Com'ero stato durante la Rivoluzione.

Dieci anni dopo Toba Fushimi, fui di nuovo faccia a faccia con Battosai, impaziente di combattere il demone dagli occhi ambrati che ricordavo. Invece, trovai gli occhi color indaco che avevo veduto sul volto di Himura la prima volta che ci fummo incontrati al mercato. E li odiavo. Quelli erano gli occhi di un bambino triste, non di un assassino demoniaco.

Sembrava che non fossi stato l'unico ad essere caduto sotto il dolce incantesimo della pacifica Era Meiji.

Così quando mi confrontai con lui alla palestra Kamiya, mi sentii nauseato nel vedere quegli occhi azzurro-violetti. Gli occhi di un innocente. Non un assassino.

Io volevo combattere contro l'assassino, dannazione!

Volevo destare Battosai dal suo sonno, proprio come avevo risvegliato Saito Hajime da Fujita Goro.

Attaccai l'uomo che si chiamava Himura Kenshin, anche se non era un demone a fronteggiarmi, non più, ma il bambino che avevo incontrato al mercato, che accarezzava gli iris parlando con amore della sua moglie defunta.

Lo attaccai finché non lo ritrovai, l'assassino sepolto nel profondo in lui.

Ah, Battosai. E' trascorso così tanto tempo da quando ho visto quelle tue iridi ambrate. Più di dieci anni.

Ora muori sotto il mio motto.

Aku Soku Zan.

Ma lui non morì, né io per quel che importava. Fummo interrotti. Il nostro duello in sospeso da dieci anni fu interrotto! Ma ancor più di quello fummo costretti a cooperare per sconfiggere quel Shishio Makoto.

Shishio Makoto, ora era un furioso demone di fiamme, anche peggiore di Battosai.

O forse Battosai non era mai stato una fiamma.

Dovetti ridere a quel pensiero. I Samurai Ambiziosi avevo creduto fossero fatti di fuoco e fumo. Ma Battosai non lo era.

Lui era acqua, scorreva con i tempi. Vorticava violentemente se era necessario, come aveva fatto durante la Rivoluzione, ma guardandolo qui, nell'Era Meiji, compresi che era lieto semplicemente di scorrere, come un quieto ruscello.

Immagino fosse questo il motivo per cui riuscì a sconfiggere le pietre di cui erano fatti lo Shogunato e gli Shinsegumi. L'acqua scava la roccia. E l'acqua decisamente estingue le fiamme, proprio come Battosai mise a tacere quel linguacciuto Shishio.

La battaglia contro Shishio non fu l'ultima volta in cui mi trovai alleato con Battosai. Ma alla fine i miei affari con Battosai si conclusero. La Rivoluzione era finita, Shishio era all'inferno ed Enishi era scomparso. Declinai perfino l'invito di Himura all'ultimo duello. Non c'era più ragione di combattere. L'uomo che volevo combattere, l'assassino, non esisteva più. Battosai era sepolto nel profondo della mente di Himura e lì rimboccato, come un bambino pronto a dormire dopo una lunga giornata. Questo era ciò che era Himura, un bambino dell'epoca Meiji.

Qualche volta mi chiedo se anch'io dovrei riposare, deporre la spada e seppellire Saito Hajime, terzo capitano degli Shinsegumi. Potrei diventare Fujita Soro e portare la maschera dello sciocco per sempre.

Ma allora ricordo il mio dovere, il mio motto, la giustizia degli Shinsegumi.

Aku Soku Zan.

Era un principio, il mio principio per cui morire.

Per le anime dei lupi che erano caduti, avrei combattuto e mai riposato.

Fujita Goro era una menzogna, un personaggio che ho creato. Quando guardo indietro, mi chiedo come abbia potuto illudermi, anche solo per un momento.

Neanche Tokio si è mai fatta prendere in giro da Fujita.

Sì, era vero che io non ero più completamente lo stesso uomo che ero stato. Ma non ero neppure Fujita Goro. Tutto quel che aveva importanza era che non fossi cambiato.

Ero ancora un lupo, un capitano degli Shinsegumi. Avrei sempre seguito il mio codice. Avrei sempre servito la giustizia della spada. Il male sarebbe stato sradicato.

Ma a volte quando chiudo gli occhi, ricordo il tempo in cui credetti che Battosai fosse il fuoco ed io l'acqua, anche se in realtà è l'esatto contrario.

Altre volte quando chiudo i miei occhi, penso di annegare nell'acqua e mai più svegliarmi, di estinguere le fiamme della passione guerriera che è dentro di me. Potrei riposarmi, riposarmi veramente.

Che dolce sogno!

Che sogno impossibile.

Il mio scopo non mi darà mai riposo, finché il male suppurerà in questo mondo. Ed io lo colpirò, affondando con la mia lama, crudelmente e senza pietà.

Per sempre, fino al giorno della mia morte.
 


FINE



Culture/Story/History Notes:

Rivoluzione (nell'originale Bakumatsu): gli ultimi caotici giorni dello shogunato di Tokugawa.

Shinsegumi: come ha detto Saito all'inizio della fanfiction, gli Shinsegumi erano un gruppo istituito dalla legge a Kyoto durante la Rivoluzione, che erano fedeli allo shogunato; ai vertici c'erano 300 membri suddivisi in 10 unità, quindi circa 30 uomini per gruppo. Gli Shinsegumi, che erano stato istituiti dal Consiglio Militare di Kyoto, erano guidati da Kondo Isami ed erano all'origine costituiti nel villaggio di Mibu, ecco perché gli Shinsegumi erano conosciuti anche come 'i lupi di Mibu'.

"Noi seguiamo il nostro codice alla lettera. Anche se questo implica ucciderci..."
Gli Shinsegumi avevano un codice molto duro che i membri dovevano seguire:

1. Seguire la via del samurai
2. Non disertare gli Shinsegumi.
3. Non era permesso avere fondi privati.
4. Non immischiarsi nei litigi altrui esclusi quelli degli Shinsegumi.
5. Non ingaggiare duelli privati.

Ogni violazione di queste regole comportava il seppuku. Certamente coloro i quali cercavano di sfuggire al seppuku erano invece perseguitati dagli altri Shinsegumi, solitamente Saito. Come potete ricordare in Rurouni Kenshin, Kenshin accenna che Saito ha fatto parte dei sicari degli Shinsegumi. Questo è storicamente vero. L'assassinio più famoso di Saito è quello di Ito Kashitaro, un altro capitano degli Shinsegumi che cercò di disertare con molti altri membri.

Samurai Ambiziosi: così erano chiamati i sostenitori dell'imperatore ed i nemici dello shogunato durante la Rivoluzione. I Samurai Ambiziosi erano di Choshu, Satsuma, Tosa ed altri clans.

Shogunato (Tokugawa): dal 1600 al 1868 lo shogunato Tokugawa guidò il Giappone facendo dell'imperatore una figura fantoccio. Era lo shogunato Tokugawa che controllava il governo durante la Rivoluzione e che gli Shinsegumi e le altre forze dello shogunato servivano e sostenevano.

Assassino Battosai: il soprannome di Kenshin Himura durante la Rivoluzione. Con il termine Battosai si fa riferimento all'abilità di Kenshin di 'colpire due volte', ovvero una tecnica che sfrutta il momento in cui viene sguainata la spada, per accellerare la velocità della lama, accrescendo la fatalità dell'affondo.

Choshu: uno dei clans costituiti dai Samurai Ambiziosi; Battosai e Shishio erano entrambi sicari per il clan Choshu.

Katsura Kogoro: il leader dei Samurai Ambiziosi di Choshu. Katsura era uno dei tre grandi leader della Restaurazione Meiji, includendo Okubo e Saigo. Katsura era colui che aveva assunto Kenshin come sicario Battosai; sei mesi prima degli eventi narrati nella linea temporale di Roruoni Kenshin, Katsura morì di un tumore al cervello.

Hijitaka Toshizo: vice-comandante degli Shinsegumi; celebre per la sua personalità stoica e la potenza guerriera, era soprannominato 'il demone degli Shinsegumi'. Hijitaka è anche accreditato per aver abbozzato le leggi degli Shinsegumi; fu anche l'ultimo Shinsegumi a morire in battaglia.

Okita Souji: primo capitano degli Shinsegumi, Okita era uno dei primi membri, sebbene fosse anche trai più giovani (trai capitani era il secondo più giovane dopo Todo Heisuke, ottavo capitano): Okita era ritenuto il migliore spadaccino degli Shinsegumi, se non addirittura della sua epoca; come accennato nella fanficton, Okita contrasse la tubercolosi e morì di malattia nel 1868 all'età di 25 anni.

Harada Sanosuke: decimo capitano degli Shinsegumi; diversamente dagli altri membri, Harada adoperava la lancia per la quale aveva un gran talento. Era nato in una famiglia di contadini, motivo per il quale era molto gentile con i suoi sottoposti; è storicamente accertato che Harada morì nella Guerra Ueno, durante le Guerre Boshin, ma la leggenda popolare vuole che Harada sia fuggito in Manshuria dove fondò una propria armata di banditi; come moltifans di Roruoni Kenshin sanno, Harada è stato il modello per il personaggio di Sagara Sanosuke, così in questa fanfiction Harada è molto simile a Sagara Sanosuke, compreso il ramoscello di bambù che mastica, parallelismo con la lisca di pesce di Sagara. Watsuki stesso ritrae Harada con un ramoscello di bambù tra le labbra.

Nakagura Shinpachi: secondo capitano degli Shinsegumi. Come Okita e Saito, Nakahura è molto abile con la spada, infatti loro tre sono i più forti spadaccini tra gli Shinsegumi. Nakagura, insieme a Saito, è uno degli Shinsegumi che sopravvissero nell'era Meiji. Nakagura finì ad insegnare kendo in una prigione di Hokkaido. Scrisse anche un libro sul suo tempo e gli Shinsegumi: Shinsegumi Tenmatsu Ki (Una Cronaca completa degli Shinsegumi), ad Hokkaido. Morì nel 1915.

"(Battosai) non li tortura (le sue vittime), diversamente da certa gente che potrei menzionare..."
Harada qui paragona Battosai a Saito, il che spiega la reazione seccata di Saito a queste parole. Oltre ad essere un sicario per gli Shinsegumi, Saito torturava anche i prigionieri per avere informazioni.

"Merda, Saito! Sei sempre intrattabile quando bevi!"
In Rurouni Kenshin, Saito non beve nell'Era Meiji perché, secondo lui, bere gli fa venire voglia di uccidere qualcuno e quindi è diventato un incallito fumatore. Saito era storicamente un bevitore pesante, morì di ulcera gastrica causata dal troppo bere nel 1915 all'età di 72 anni. Ci sono anche documenti storici che dicono che Saito diventava 'un uomo diverso' quando beveva.

Incidente Ikedaya: il 5 Giugno, 1864 membri dei Samurai Ambiziosi (in particolar modo del Clan Choshu) si riunirono nella locanda Ikedaya per pianificare di incendiarie Kyoto e, durante il caos così generato, rapire l'imperatore e giustiziare gli ufficiali principali dello shogunato. Comunque gli Shinsegumi scoprirono l'incontro e tesero un agguato ai cospiratori.

Iris: come potete ricordare dall'OAV, la locandiera, Okami, dice a Tomoe che gli iris fioriscono meglio sotto la pioggia, anche se è una pioggia di sangue. So che il profumo di Tomoe era il prugno bianco, ma poiché Tomoe usa gli iris in tutte le sue composizione floreali, ho supposto che le piacessero molto anche gli iris.

Toba Fushimi: questa fu la prima battaglia delle Guerre Boshin, nonché l'ultima battaglia decisiva. Dopo Toba Fushimi, le forze dei Samurai Ambiziosi dominarono e lo shogunato non fu più in grado di contrastarle. Toba Fushimi segna la fine della Rivoluzione e l'inizio dell'era Meiji.

Guerre Boshin: una serie di guerre e battaglie che si svolsero nel biennio 1868/1869 nel passaggio tra il vecchio shogunato e la nuova era Meiji.

"Io, Saito Hajime, capitano della terza unità degli Shinsegumi, ucciderò l'assassino Battosai!"
I lettori del manga avranno riconosciuto questa frase come direttamente tratta dal volume 7.

Do Ryu Sen: "Lampo del dragone della terra": una mossa della scuola Hiten Mitsurugi dove il guerriero colpisce con la spada il suolo e manipola la sua aura per colpire il suo avversario.

Tokio: Tutti sanno che la moglie di Saito non appare mai nel manga, ma viene brevemente menzionata. Lei e Saito ebbero tre figli: Tsutomu, Tsuyoshi e Tastuo. Il primogenito, Tsutomu, nacque nel 1876, così ha due anni quando inizia Rurouni Kenshin.

Author-chan’s notes: FINITE! Crolla senza forze. Dannazione, queste note sono lunghe... Eh, il prezzo della ricerca...

 

 

 

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